L'autista passa a prendermi la mattina alle otto. Non ho la più pallida idea di dove siamo diretti e quanto tempo dovrò fermarmi fuori casa. Il capo mi ha telefonato ieri sera e mi detto solo di farmi trovare pronto per quell'ora.
Quando arriviamo all'aeroporto di Bologna lo trovo ad aspettarmi e li scopro che siamo in partenza per a Parigi. Ha l'aria seria il capo e leggermente imbronciata, io lo guardo per quel che vecchio che è e mi fa quasi tenerezza ma subito dopo mi sento quasi una merda per essermi lasciata commuovere da lui. “mi ha detto Francesca che tu parli bene il francese” mi dice mentre facciamo la fila per imbarcarci e ma io in preda al panico da lingua straniera nego “non importa” fa lui “tanto lo parlo bene io” e lì in preda ad un panico anche peggiore, mi chiedo per quale motivo allora, mi ha chiesto di accompagnarlo a Parigi.
Durante il viaggio parliamo di lavoro, lui mi fa delle domande e io rispondo poi mi chiede un parere su qualcosa e io, lusingata da quella domanda, cerco di dare il meglio di me. Un po' mi rilasso, forse sono davvero brava nel mio lavoro e per questo mi sta portando con se. Così mentre lui riposa, io mi attacco ad una ad una alle risposte che gli ho appena fornito e trovo che le mie siano delle belle risposte, ben articolate, esaustive e piene di entusiasmo. Cazzo, mi dico mentre ci avviamo all'atterraggio, forse lui mi apprezza davvero per quello che so fare e non solo perché sono una donna. Forse, mi dico in uno slancio di ingenuità, sono davvero brava e le sue gentilezze sono solo un modo un po' rude di farmelo capire. E mentre mi racconto questa favoletta mi torna in mente il maniaco del cinema che all'età di cinque anni mi toccò le cosce per tutta la durata del film. “mamma” avevo detto alla fine della proiezione “lo sai che l'uomo laggiù è stato molto affettuoso con me? mi ha accarezzato le cosce per tutto il tempo. A me non piaceva molto ma non volevo offenderlo e l'ho lasciato fare, ho fatto bene mamma?”.
Quando atterriamo la botta di autostima ha lasciato spazio alla più misera disperazione: non ho più cinque anni e non sono più in una sala cinematografica con un maniaco ma a Parigi con il capo.
Penso quasi di fingere un malore. Mi dico che se si avvicina fingo di sentirmi male, magari faccio finta di svenire o di avere un attacco di panico. No, l'attacco di panico no che per il mio lavoro è controproducente. Magari fingo un'allergia ecco si un'allergia tremenda..... ma tutti questi pensieri svaniscono rapidamente quando lui mi dice di sbrigarmi che c'è una macchina fuori che ci aspetta per portarci da un famoso cliente. Anzi “il” famoso cliente quello che ha una galleria strepitosa che solo pochi intimi e pochissimi miei colleghi, hanno avuto la fortuna di vedere.
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venerdì 4 settembre 2009
giovedì 2 luglio 2009
Il capo (seconda parte)
La seconda volta mi riceve direttamente nel suo ufficio di Roma.
Ho fatto un buon lavoro e la mia capa lascia che me ne assuma tutto il merito.
Il giorno dopo una macchina con autista viene a prendermi a casa e mi porta direttamente a Roma.
Per la notte ho una camera prenotata al Plaza Hotel.
In ufficio conosco personalmente qualche collega con il quale, fino ad allora, avevo parlato solo telefonicamente. Tutti mi chiedono “sei qui per il capo vero?” e io mi sento leggermente a disagio come una vergine sacrificale.
La segretaria del capo mi accoglie quasi subito e mi fa attendere in una stanza riservata dalla quale si accede direttamente nell'ufficio del capo.
L'attesa, nonostante ci siano diverse persone in attesa, dura pochissimo. Nel giro di qualche minuto, sono già seduta di fronte alla scrivania del capo.
Il tono con il quale mi invita ad accomodarmi è gentile, educato, quasi paterno. Prima che io possa tirare fuori dalla borsa le mie carte, mi chiede di me, della mia famiglia, dei miei studi, della mia situazione sentimentale. Ad ogni mia riposta lui fa seguire un lungo silenzio meditativo come se sapere che mia mamma si chiama Maria, fosse un'informazione particolarmente interessante.
Io non ho alcuna voglia di parlare di me ma mi dico che sarebbe scortese non rispondere.
Lui, dopo ogni pausa meditativa, si sporge sempre un po' di più dalla scrivania, si avvicina al mio volto e usando un tono di volta in volta più basso e più suadente mi dice che sono proprio una brava ragazza. Io raddrizzo la schiena e cerco di aderire con sempre maggior tenacia alla spalliera della sedia.
Poi lui fa qualcosa che non mi aspetto. Si rimette composto sulla sua sedia, raddrizza la schiena e con tono autoritario e professionale mi chiede di mostrargli le carte che ho portato.
Io mi inchino, apro la borsa, estraggo i documenti e li appoggio sul tavolo, e nel momento nel quale la mia mano si posa sulla sua scrivania, lui con un balzo la copre con la sua.
Ora mi ritrovo con la mia mano nelle sue e mi attacco disperatamente all'idea che sia un'altra manifestazione di affetto o di riconoscenza. Il vecchio mi invita a proseguire.
Io non dico niente e comincio a parlare di lavoro.
Un'ora intera a parlare di lavoro mano nella mano con il grande capo.
I
Ho fatto un buon lavoro e la mia capa lascia che me ne assuma tutto il merito.
Il giorno dopo una macchina con autista viene a prendermi a casa e mi porta direttamente a Roma.
Per la notte ho una camera prenotata al Plaza Hotel.
In ufficio conosco personalmente qualche collega con il quale, fino ad allora, avevo parlato solo telefonicamente. Tutti mi chiedono “sei qui per il capo vero?” e io mi sento leggermente a disagio come una vergine sacrificale.
La segretaria del capo mi accoglie quasi subito e mi fa attendere in una stanza riservata dalla quale si accede direttamente nell'ufficio del capo.
L'attesa, nonostante ci siano diverse persone in attesa, dura pochissimo. Nel giro di qualche minuto, sono già seduta di fronte alla scrivania del capo.
Il tono con il quale mi invita ad accomodarmi è gentile, educato, quasi paterno. Prima che io possa tirare fuori dalla borsa le mie carte, mi chiede di me, della mia famiglia, dei miei studi, della mia situazione sentimentale. Ad ogni mia riposta lui fa seguire un lungo silenzio meditativo come se sapere che mia mamma si chiama Maria, fosse un'informazione particolarmente interessante.
Io non ho alcuna voglia di parlare di me ma mi dico che sarebbe scortese non rispondere.
Lui, dopo ogni pausa meditativa, si sporge sempre un po' di più dalla scrivania, si avvicina al mio volto e usando un tono di volta in volta più basso e più suadente mi dice che sono proprio una brava ragazza. Io raddrizzo la schiena e cerco di aderire con sempre maggior tenacia alla spalliera della sedia.
Poi lui fa qualcosa che non mi aspetto. Si rimette composto sulla sua sedia, raddrizza la schiena e con tono autoritario e professionale mi chiede di mostrargli le carte che ho portato.
Io mi inchino, apro la borsa, estraggo i documenti e li appoggio sul tavolo, e nel momento nel quale la mia mano si posa sulla sua scrivania, lui con un balzo la copre con la sua.
Ora mi ritrovo con la mia mano nelle sue e mi attacco disperatamente all'idea che sia un'altra manifestazione di affetto o di riconoscenza. Il vecchio mi invita a proseguire.
Io non dico niente e comincio a parlare di lavoro.
Un'ora intera a parlare di lavoro mano nella mano con il grande capo.
I
martedì 30 giugno 2009
Il capo (prima parte)
La prima volta non ho detto niente.
Anzi la prima volta forse non è stata neanche la prima volta perché sono uscita dal suo ufficio chiedendomi se dovevo davvero considerarla tale.
In fondo ha solo appoggiato la sua mano arteriosclerotica sulla mia coscia e magari era solo un gesto di affetto.
Quante volte ho preferito chiamarlo affetto per non dover prendere delle decisioni. Insomma lo sapevo, lo avevo capito, lo avevo intuito dalla mia capa che mi ha preso in simpatia e mi ha avvisato. Altre non hanno avuto la mia stessa fortuna. Entravano sorridenti e uscivano bianche in volto qualcuna dicendo “mi ha messo le mani addosso” le più tacciono.
Proprio come ho fatto io la prima volta.
La mia capa mi viene incontro sorridendo. - Come è andata? - mi chiede con tono professionale. Poi mi porta nel suo ufficio e la butta sul ridere. In fondo se ci ridi su non è poi una cosa così seria, è quasi una ragazzata e con il tempo, se il grande capo ti prende in simpatia, diventa persino una sfida.
- Sai - prosegue orgogliosa lei -l'ultima volta gli ho detto di no e lui ha rimesso le mani a posto -.
Tra un po' – pareva suggerire il compiaciuto silenzio che aveva seguito quell'affermazione – vedrai che anche tu potrai cominciare ad allontanarti quando allunga le mani e prima e poi persino a dirgli di smettere.
Cambio discorso, la butto sul lavoro anche se lei non pare convinta.
Ho bisogno di tempo, devo riflettere sulla cosa prima di raccontarla, da come racconterò come sono andate le cose, dipenderà il mio futuro lavorativo. Prima di raccontare devo decidere da che parte stare se nel gruppo di quelli che contano o dall'altra parte nella grande massa di segreterie e assistenti maltrattate dalla mattina alla sera.
In fondo mi ha solo messo una mano sulla coscia e dopo anni di colloqui lavorativi, ho dovuto subire ben altro. E poi la mia capa è simpatica e mi ha preso a ben volere anche se ho intuito perfettamente che le avances del capo non si fermeranno qui.
Se sono abbastanza brava e fortunata posso sperare che cominci ad apprezzarmi abbastanza per il mio lavoro da concentrare i suoi interessi particolari verso qualche altra nuova arrivata.
Anzi la prima volta forse non è stata neanche la prima volta perché sono uscita dal suo ufficio chiedendomi se dovevo davvero considerarla tale.
In fondo ha solo appoggiato la sua mano arteriosclerotica sulla mia coscia e magari era solo un gesto di affetto.
Quante volte ho preferito chiamarlo affetto per non dover prendere delle decisioni. Insomma lo sapevo, lo avevo capito, lo avevo intuito dalla mia capa che mi ha preso in simpatia e mi ha avvisato. Altre non hanno avuto la mia stessa fortuna. Entravano sorridenti e uscivano bianche in volto qualcuna dicendo “mi ha messo le mani addosso” le più tacciono.
Proprio come ho fatto io la prima volta.
La mia capa mi viene incontro sorridendo. - Come è andata? - mi chiede con tono professionale. Poi mi porta nel suo ufficio e la butta sul ridere. In fondo se ci ridi su non è poi una cosa così seria, è quasi una ragazzata e con il tempo, se il grande capo ti prende in simpatia, diventa persino una sfida.
- Sai - prosegue orgogliosa lei -l'ultima volta gli ho detto di no e lui ha rimesso le mani a posto -.
Tra un po' – pareva suggerire il compiaciuto silenzio che aveva seguito quell'affermazione – vedrai che anche tu potrai cominciare ad allontanarti quando allunga le mani e prima e poi persino a dirgli di smettere.
Cambio discorso, la butto sul lavoro anche se lei non pare convinta.
Ho bisogno di tempo, devo riflettere sulla cosa prima di raccontarla, da come racconterò come sono andate le cose, dipenderà il mio futuro lavorativo. Prima di raccontare devo decidere da che parte stare se nel gruppo di quelli che contano o dall'altra parte nella grande massa di segreterie e assistenti maltrattate dalla mattina alla sera.
In fondo mi ha solo messo una mano sulla coscia e dopo anni di colloqui lavorativi, ho dovuto subire ben altro. E poi la mia capa è simpatica e mi ha preso a ben volere anche se ho intuito perfettamente che le avances del capo non si fermeranno qui.
Se sono abbastanza brava e fortunata posso sperare che cominci ad apprezzarmi abbastanza per il mio lavoro da concentrare i suoi interessi particolari verso qualche altra nuova arrivata.
lunedì 29 giugno 2009
Ragazza immagine
Nei prossimi giorni non sarò più sola a raccontarvi i miei papi. Leggerete anche le storie di 'Ragazza immagine'.
E presto a noi si uniranno anche altre donne, perché i papi abbondano a quanto pare...
E presto a noi si uniranno anche altre donne, perché i papi abbondano a quanto pare...
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